Lo specchio della regina
Lucia Bellis
Lo spunto di partenza è quello di Schneewittchen, Biancaneve: una regina esprime il desiderio di avere una figlia con la pelle candida, le labbra rosse e i capelli neri. Il sogno si avvera, ma purtroppo la madre muore subito dopo il parto. Per dare una nuova mamma alla piccola, il re si risposa con una donna bellissima, ma crudele e vanitosa. La nuova regina possiede uno specchio magico a cui chiede ossessivamente conferma della propria bellezza, ottenendo per anni la risposta che desidera.
Qui, a differenza della arcinota storia dei fratelli Grimm, non ci sono né i nani né il bel principe azzurro. A dirla tutta, in questa versione per il palcoscenico del Teatro la Ribalta-Kunst der Vielfalt, praticamente manca anche Biancaneve, presente solo come riferimento e relegata a icona della impossibile perfezione, rappresentata da un candido vestito da sposa (sotto il quale si cela il busto di una madonna con aureola e lucette natalizie a corredo).
Sì, perché, come dice il titolo, Lo specchio della Regina sposta il pov: cosa succede mentre l’attenzione è puntata tutta su Biancaneve e sul suo principe? Quali sono le dinamiche sotterranee che muovono l’antagonista?
In questo ironico e anticonvenzionale adattamento, i protagonisti sono il narratore – contraltare buffo e collante tra le storie e tra i tempi della narrazione, burattinaio, presentatore, confidente, showman – lo specchio magico e, per l’appunto, la malvagia matrigna.
L’inizio è veramente molto bello: la scena, immersa in una fascinosa foschia, è arredata con un abito da sposa, due sgabelli, due elementi pendenti dal soffitto e viene investita da fasci di luce che tagliano l’ambientazione. Uno strano personaggio, con una bombetta nera, bretelle e la custodia di un violino, entra in scena tirando delle corde da seduto. Una volta sistematosi, il soggetto accende delle lampadine e porta sul palco quelle che inizialmente sembrano statue e che, invece, si rivelano i due protagonisti in carne e ossa: la Regina e lo Specchio magico.
Da questo momento inizia il gioco di presentazione del rapporto di indissolubile e dichiarata dipendenza tra i due, basata sulla continua reiterazione delle loro azioni.
L’equilibrio viene rotto violentemente alla scoperta del disagio provato dallo Specchio nel dover ripetere sempre le stesse cose e dell’inconfessabile passione che lo spinge da Biancaneve ogni qualvolta la Regina si addormenta (l’unico momento in cui può esprimere sé stesso).
La prima cosa che colpisce dello spettacolo è la raffinata realizzazione di scene (Roberto Banci e Antonio Viganò) e light design (Melissa Pircali) che creano una confezione dove l’elemento fiabesco si sposta sui contorni dell’essenzialità evocativa e della sospensione. Palesando l’architettura teatrale, Antonio Viganò e Paola Guerra sottolineano la finzione del teatro e, contemporaneamente, la sua capacità di creare empatia emozionale attraverso il semplice atto scenico: così come la custodia del violino contiene tutto tranne quello che ci aspetteremmo di trovarci, così l’imballaggio teatrale è un vuoto che può racchiudere tutto e il contrario di tutto, persino l’impossibile. E in Lo Specchio della Regina la confezione include proprio questo: controllo e improvvisazione, verità e simulazione, alterazione e integrità, movimento e staticità, desiderio di verità e necessità di finzione, voglia di libertà e bisogno di compagnia e legami.
Lo specchio della Regina trasforma lo spazio teatrale in un luogo dove l’inerte si anima e la fantasia, attraverso la parola e la danza, dà forma a mondi e relazioni. Un teatro di ombre, luci oblique, visioni offuscate, di vuote ricorrenze e contraddizioni, di tempo che passa, ritorna e sfugge. Uno spettacolo che mostra la naturale inclinazione dell’essere umano all’imperfezione (dei sentimenti, nei rapporti, …) celebrando le potenzialità anziché fermarsi a criticarne i contorni: è solo così che da elemento di separazione può diventare magnifico elemento di creazione e stupore.
Molto interessante anche la scelta dello sfondo musicale che alterna marce, composizioni sospese tra l’ancestrale e il sacro, valzer, il rhythm and blues dei Platters, il rock di Gianna Nannini, momenti onomatopeici…
Lo spettacolo è un vero e proprio carosello pop, una decostruzione caricaturale, che accoglie ironia e comicità sfiorando anche l’inquietudine della follia (l’isteria della regina quando, accecata dalla gelosia, riesce a sostituirsi a Biancaneve).
Teatro la Ribalta-Kunst der Vielfalt ci mostra il teatro come preziosa occasione di fare prevalere la sospensione dal giudizio per ritrovarsi tra le braccia dell’emozione e dello stupore. Un teatro che diventa luogo sociale, riflessione etica e morale, spazio creativo, ricreativo e di pensiero: cosa serve essere specchio se non puoi riflettere la verità? A cosa serve essere belli se non ti puoi specchiare? A osa serve essere umani se ci si limita a criticare?
Informazioni sullo spettacolo
Teatro la Ribalta-Kunst der Vielfalt
coreografie Eleonora Chiocchini
testi e regia Antonio Viganò
con Jason Mattia De Majo, Maria Magdolna Johannes, Rocco Ventura
assistente alla drammaturgia e disegno sonoro Paola Guerra
collaborazione alla creazione Paola Guerra e Paolo Grossi
scene Roberto Banci e Antonio Viganò
light design Melissa Pircali
in coproduzione con Tanz Bozen Bolzano Danza Festival
Eolo Awards 2025 come migliore spettacolo
- teatro di narrazione e danza
- 50 minuti
- dai 10 anni