Fatica, poesia e amicizia

Stagione
2022/2023

dialogo immaginario tra Pier Paolo Pasolini e padre David Maria Turoldo

scritto da Giuseppe Mariuz

con Roberto Pagura (Pier Paolo Pasolini) e Fabiano Fantini (padre David Maria Turoldo)

con la Corale Polifonica di Montereale Valcellina

e l’Orchestra giovanile Filarmonici Friulani

consulente per la drammaturgia: Ferruccio Merisi

composizione musicale e direzione: Maurizio Baldin

regia di Fabio Scaramucci

 

produzione: Corale Polifonica di Montereale Valcellina

La scena inizia con il più classico buio in sala, il dialogo inizia sommesso con tono pacato fra Pasolini e Turoldo sul Friuli e la sua gente, con una scenografia da primi anni Settanta evocativa di fermenti politici e sociali dell’epoca. Un dialogo franco e sincero, che per molte ragioni li affratella, ma per altre fa marcare le distanze. Li affratella una visione del mondo friulano basata sul lavoro, sull’onestà, su una vita semplice, comunitaria, solidale, sulla pratica del Cristianesimo delle origini nel mondo contadino.
Turoldo rievoca la povertà dell’infanzia, il disagio, la fame, le paure, l’emarginazione, l’essere ridicolizzato dai compagni di scuola, l’allontanamento dalla sua terra per necessità di sopravvivenza, per cui è rimasto un’anima errante. Pasolini ammette la sua origine borghese, quasi se ne vergogna per essere stato dalla parte dei privilegiati, aver subito l’influsso del padre militare e del regime fascista, ma allo stesso tempo ricorda di aver abiurato da quell’ambiente, di aver abbracciato il mondo contadino, scoprendone il candore, la lingua incontaminata, la poesia e di aver sostenuto nell’immediato dopoguerra le ragioni della gioventù diseredata del Friuli, la voglia di
lotta e di affrancamento dalle ingiustizie sociali. Si sviluppa un confronto. Turoldo non capisce il dichiarato marxismo di Pasolini, una visione dogmatica che vuol distinguere per forza il popolo in classi sociali, indicare la necessità di una lotta, mentre ciò che conta è la testimonianza. Di riflesso, Pasolini fa notare che Turoldo ha subito ingiustizie dalla Chiesa (il calvario di Nomadelfia, la soppressione delle sue iniziative editoriali, l’allontanamento forzato all’estero, ecc.) obbedendo passivamente ad una gerarchia ecclesiastica ottusa. Turoldo riafferma che l’importante è la coerenza, il rispondere innanzitutto alla propria coscienza, poi sarà il Padreterno a valutare i singoli comportamenti. Si apre il discorso sul cinema. Turoldo racconta de “Gli ultimi”, film che voleva ricordare la miseria degli anni Trenta, quella che lui stesso aveva provato, e che era stato accolto con fastidio da un Friuli che voleva lanciarsi verso il boom economico, dimenticare il passato. Pasolini trae lo spunto per attaccare la borghesia, che pensa solo al profitto, non ama il passato e quando lo evoca lo fa in forma cinica oppure decorativa, fittizia, sacrilega. Rievoca il suo Mamma Roma: “Io sono una forza del Passato / Solo nella tradizione è il mio amore / Vengo dai ruderi, dalle Chiese, dalle pale d’altare…”. Passando al suo Vangelo secondo Matteo, Pasolini afferma la sua visione religiosa del mondo, quantunque non creda alla divinità di Cristo. Interpretando in Matteo aspetti mitici, epici e sacri, Pasolini afferma di averlo portato a esempio di una nuova resistenza contro una vita dell’uomo moderno viziata dal cinismo, dal conformismo, dalla attitudine al compromesso. Turoldo si sofferma sul dolore della madre sotto la Croce, e lo vede in controluce con il dolore che dovette provare la madre di Pasolini alla notizia della tragica morte del figlio Guido Alberto.
Sulla Madonna, e su tutte le madri “addolorate” per i loro figli, si conclude l’opera.

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